David LaChapelle L’Arte Della Fotografia
Di Beatrice Panerai. Foto Michael Grieve.
Hollywood. Un garage. Le pareti sono candide, silenziose testimoni degli shooting piu’ scandalosi. La cucina, open space, è invasa di libri. Rigorosamente, Michelangelo e Rinascimento. L’archivio, ancora tutto cartaceo, e una fortezza di copertine. Da Interview a GQ a Vanity Fair e Rolling Stone passando per Vogue. I gradini delle scale, intriganti, decisamente per pochi. “Vuole salire e vedere la props room di David ? Attenzione pero’ ai tacchi”, chiede, sottovoce , Garret, lo splendido assistente, custode dello studio di David LaChapelle. L’artista è alle Hawaii, nel suo nuovo indirizzo, una fattoria ex colonia di nudisti. Class Editori, in esclusiva e senza tacchi, sta entrando nella soffitta, stanza delle meraviglie, del Federico Fellini della fotografia, come il New York Times ama chiamare LaChapelle. Un ghepardo di ceramica, un gelato extralarge, enormi ali di carta, di fianco a banane di plastica, inequivocabilmente sexy. Tutte comparse negli scatti del 47enne canadese, di sangue lituano, cresciuto nel verde Connecticut, che ama ripetere:”La gente crede che le fotografie non mentano. Le mie si’, sono bugie. I miei scatti sono una vacanza, un break quotidiano”. E mentre Lady Gaga gli prepara la pasta, dopo aver messo nero su bianco la sua canzone Speechless proprio li’, nella cucina della fattoria, il fotografo top al mondo è impegnato in un’intervista con il Wall Street Journal, che lo ha raggiunto nella jungla hawaiana. “Se non mi fossi trasferito qui, sarei morto”, dichiara l’artista, che si è pagato la prima macchina fotografica con l’orecchino prezioso di Paloma Picasso, raccolto per caso sul pavimento dello Studio 54 locale storico newyorkese, dove, già a quindici anni, lavorava come aiuto cameriere.
A seguire, dopo essere stato assunto dal suo primo boss, Andy Warhol, per la rivista Interview, che lui stesso considera la sua scuola di arte, ha vissuto 20 anni ad alta velocità e produttività. A partire dall’ultimo ritratto di Warhol vivente, che ha scattato in bianco e nero e con due Bibbie ai lati, LaChapelle ha realizzato un inimitabile archivio delle celebrities, diventate, attraverso la lente del suo obbiettivo, icone del contemporaneo. Da Paris Hilton che ha lanciato, ritraendola, prepotente e con il dito medio alzato, nella casa miliardaria della nonna, a Hillary Clinton, la piu’ blindata, che gli ha concesso solanto 30 minuti e un sorriso. “Non ho alcun interesse per il successo, voglio soltanto che i miei ritratti siano famosi. Mi piacerebbe fotografare Obama, il suo carisma è, prima di tutto, fisico”, spiega LaChapelle finalmente fermo sul divano nella Galleria londinese Robilant+Voena, davanti alle telecamere di Class Editori, dopo nove mesi di mostre in Asia. Gli zigomi, alti, sono quelli dell’amata madre Helga, hippy dell’Est, che ha fatto della passione per le foto in posa, stile sogno americano, uno sport di famiglia, abituando LaChapelle a schiacciare il pulsante della camera sin da bimbo. “Alla fine io non sono altro che un semplice schiaccia pulsante”, prosegue ironico il fotografo, confidando alla troupe della tv di Class Editor che la sua migliore amica Sharon, ex truccatrice personale di Madonna, gli ha fatto metter una cipria speciale, effetto Hawaii.
Sua l’idea di fare click per immortalare il genio rimpianto del fashion, Alexander McQueen, in guanti rossi con una torcia in mano, a incendiare il castello dell’alta moda. Sua l’idea di immortalare la bellezza afro americana di Lil’ Kim, nel mitico scatto intitolato Luxury Item (Oggeto di Lusso), con il logo storico Louis Vuitton tatuato sulla pelle a denunciare la mercificazione del corpo. Sua anche la foto simbolo del rapper Kanye West, divinizzato con corona di spine, simil Gesù, e la drammatica immagine della sua musa preferita, il transessuale per eccellenza Amanda Lepore, intenta a sniffare diamanti. La fotografia di LaChapelle è mitologica del contemporaneo, raccontato, scatto dopo scatto, nei suoi quattro libri monumento. L’ultimo, in serie limitata, è Artists and Prostitutes (Artisti e Prostitute) edito Taschen. “Dopo la chirurgia plastica, l’essere fotografata da David è la cosa piu’ eccitante che abbia mai vissuto”, ha dichiarato, spudorata, la musa Amanda. Illuminante il click dal titolo Miss Anna don’t like fat people ( La signora Anna non ama la gente grassa): modella nuda obesa, in passerella, a conferma che la moda sarebbe diventata la nuova religione pronta a predicare il dogma della bellezza e il culto della magrezza. Insanity.
Parola di LaChapelle stesso per definire la follia dei suoi 20 anni di fotografo ad alta velocità. Rinascimento, invece, per gli ultimi cinque anni, iniziati con il film Rize. Il documentario omaggio sentimentale dell’artista al Krumping, la danza hip hop tribale inventata dai ragazzini del ghetto di South Central los Angeles, in risposta alla violenza delle gangs. “Tutto era arrivato a un punto. Non potevo concepire un ennesimo libro pop, e i miei scatti non andavano piu’ d’accordo con l’agenda dei magazines”, racconta LaChapelle, che si è ritirato nella fattoria alla Hawaii, dopo avere rifiutato i capricci e la regia del nuovo video di Madonna, e avere abbandonato Vogue Italia, che aveva considerato troppo evocativo del disastro ambientale Katrina il suo ultimo shooting. Protagonista, una mannequin davanti a una casa distrutta dai tornado. “Ma lo sapevo di avere ancora altre fotografie dentro di me. Quando mi hanno proposto di creare opere per una galleria, mi sono sentito rinato. Non potevo credere che il mondo dell’arte mi avrebbe accettato, considerato il mio successo commerciale. Non mi preoccupo affatto delle etichette, ho semplicemente cambiato strada, e sono tornato alle origini, di quando, a 18 anni, esponevo le mie fotografie all’Est Village, a New York”, spiega LaChapelle, che dopo la Cina, ha esibito le sue creazioni anche a Israele, a Tel Aviv, oltre che nelle gallerie internazionali piu’ importanti, inclusa quella newyorkese dell’amico leggenda Tony Shafrazi. “You have gone from Pop to Soul (Sei passato dal Pop al Soul”.
Questa la reazione del mito irlandese degli U2, Bono, di fronte a rape of Africa, l’opera più politica di David LaChapelle, ispirata al capolavoro di Botticelli, Venere e Marte. Esposta, per la sua prima europea, nella Galleria Robilant+Voena, assieme agli sketches privati dell’artista, preparatori al set fotografico, l’opera celebra l’Africa: la madre terra+Venere è impersonata da Naomi Campbell che viene violentata dall’Occidente-Marte, alla ricerca della falsa sicurezza finanziaria dell’oro. “Utilizzo la bellezza come strumento per attrarre e comunicare un’idea, anche la più terribile. Se invece scegliessi immagini violente, per raccontare la violenza, farei fotogiornalismo”, spiega il Fellini della fotografia, seguendo alla lettera la lezione del celebre regista italiano, per il quale l’unico vero realista è il visionario. La capacità di arrivare alla verità, e ai suoi mostri, attraverso la bellezza. Questa l’arte della fotografia di LaChapelle, nel commento autorevole dello studioso inglese Colin Wiggins, della National Gallery di Londra. Una sorta di poeta del contemporaneo, come l’autore francese Charles Baudelaire, che, con il suo capolavori Les fleurs du mal (I fiori del male), riusciva a cogliere ed esaltare i fiori anche nel male del deserto cittadino. Lo stesso deserto acido che il fotografo americano inserisce sullo sfondo dell’opera Rape of Africa, ad emblema della devastazione delle miniere e delle guerre dell’oggi. Se la costante dell’opera di LaChapelle è la bellezza, quale il suo obbiettivo? L’artista, degli occhi scuri, spalancati come quelli dei bambini, e determinati come chi ha visto il futuro, non ha dubbi. “Il mio scopo è salvare il corpo dal medioevo del nostro tempo che, con internet ed il porno, è condannato a merce, sinonimo di peccato: Vorrei tornare alla sacralità del corpo, quello cosi’ bello da sembrare opera divina, come nei capolavori di Michelangelo, dipinti nella Cappella Sistina, l’opera Deluge (Diluvio): gigante pannello di sette metri, ambientato nel Ceasar Palace, il Casino’ di Las Vegas, simbolo dell’Apocalisse moderna.
“Ma anche nel Diluvio del nostro secolo c’è possibilità di salvezza. E’ tutta nel gesto di supporto, generoso, del giovane che ho ritratto, in fuga dal Diluvio, mentre tiene tra le braccia un altro giovane, nella tradizione della deposizione di Cristo, dei dipinti antichi”, spiega l’artista che, maestro del Crossing, ama immaginare e re ambientare miti e scene del passato nei set del Ventunesimo secolo. Sua la firma della campagna pubblicitaria per la nuova nata, in edizione speciale, della storica casa automobilistica Maybach, nella quale accosta l’atmosfera anni 30 della Berlino delle prime macchine di lusso a quella futuristica della Maybach Zeppelin ultimo modello. Esemplare del Crossing, l’opera Heaven to Hell: una Pietà contemporanea, nella figura della rock star Courtney Love, vedova del leader dei Nirvana Kurt Cobain.
“Con la mia Pietà ho voluto commemorare tutte le morti quotidiane, dimostrando che alla fine della vita siamo tutti uguali”, dichiara LaChapelle, facendo eco alla Livella, la mitica poesia di Antonio de Curtis-Totò. In esclusiva per Class Editori, LaChapelle racconta per la prima volta, il retroscena del suo scatto. “Stavo per andare all’aereoporto, il mio primo ingaggio per uno shooting in Giappone. Squilla il telefono. La fidanzata del mio più caro amico Brad mi informa che lui era morto di overdose, e che lei era incinta. Poi, la linea si interrompe, rimango in attesa. Non l’ho mai più sentita. Non sapevo che cosa fare, se cercarla al telefono oppure partire; dovevo, era uno dei miei primi incarichi importanti di lavoro. Sono quei momenti della vita non finiti, sospesi. Cosi’, mentre ritraevo Courtney Love nel mio studio, con un giovane morente tra le braccia, per la mia versione della Pietà, la musica Alleluiah suonava in sottofondo, ed è arrivato sul set un bambino con i boccoli biondi. Per me era l’angelo del mio amico Brad. Ecco perché, nella fotografia, al centro, c’è un piccolo angelo boccoluto”, dice ancora il fotografo che ammette di commuoversi spesso. L’ultima volta, per la morte del suo eroe il re del Pop, Michael Jackson. “Ho voluto ritrarre Michael con le ali e la spada, come un arcangelo, con il Diavolo ai suoi piedi”, prosegue LaChapelle, che ha reclutato, per la sua opera, il migliore imitatore al mondo di Jackson, lavorando per mesi, millimetro per millimetro, al ritocco digitale dell’immagine. “E’ una foto impossibile ma sento che ne abbiamo colto l’anima.
La vita di Michael Jackson ha proporzioni bibliche, per il passaggio dell’adorazione alla persecuzione, e le sue liriche, tutte sull’amore e sulla pace, hanno il messaggio del profeta”, conclude il fotografoche ha il vezzo di scegliere la colonna sonora da ascoltare mentre scatta, a scandire ritmo e mood dei suoi shooting. Sulle note musicali di tutta la sua vita, l’artista non ha dubbi. Man in the mirror, la lirica più politica di Jackson, dedicata alla necessità di cambiamento, Change, del quale LaChapelle, passando dalla follia al Rinascimento, ha fatto una filosofia di vita. Convinto che la gente abbia fame di spiritualità, e che la Chiesa manchi di empatia, troppo impegnata a collezionare denaro, dichiara :” Amo la religione: sono cresciuto in una famiglia cattolica. Anche se mio zio, prete, è soprannominato da mia madre il raccogli soldi. Perché il vaticano non rimane fedele allo spirito di Gesù, pastore, invece che vestirsi d’oro?”, aggiunge ancora LaChapelle, che nell’opera Thy Kingdom Come ha raccontato la sua visione personale del Papa, con le mani rosse di sangue, in una Chiesa colma di cadaveri nudi che sarebbero vittime della lotta al preservativo da parte del pontefice, un vero genocidio agli occhi del fotografo.
Occhi che hanno ancora, chiaro, il ricordo delle avances di un sacerdote della Saint Patrick Cathedral di New York, dove LaChapelle andava sa ragazzino a pregare per l’adorata Nonna. “Mi chiese il numero con al scusa di farsi fare delle fotografie da me. Poi, quando iniziò a telefonarmi, capii che era un pretesto per altro”. Altrettanta, la rigidità per le cifre del mercato dell’arte che, secondo l’artista-fotografo, si basa su un forte fraintendimento. “Possiamo essere soltanto custodi temporanei delle opere d’arte, mai proprietari”, insiste lui, che si è divertito a fotografare, nell’opera intitolata Museum, musei e capolavori sommersi dalle inondazioni, a conferma che, alla fine del mondo, l’arte non avrà alcun prezzo, perché il suo unico valore rimane negli occhi di chi la ama. Luca Pizzaroni, il romano della video art, e l’americana Nan Goldin, sono i contemporanei più ammirati dal fotografo, che è all’opera per il nuovo progetto dal titolo Chain of Life: rivisitazione, in chiave rinascimentale, degli scatti esposti in una delle sue prime mostre negli anni 80 a New York, sul tema dell’unione. “Seguo un’unica regola, quella della comunicazione. Voglio che la mia arte raggiunga tutte persone, senza bisogno di essere spiegata e decifrata, come la maggior parte dell’arte contemporanea, che è troppo enigmatica”, aggiunge LaChapelle, convinto che in ogni momento di crisi vi sia un’opportunità di salvezza. E sorridendo, saluta Class Editori con una comunicazione ufficiale :” L’illuminazione arriverà. E sarà un artista a donarcela, non la CNN”.